venerdì 23 settembre 2016

Gli Heroes di Maratea si sfidano al gusto della torta di bocconotto

la startup di Heroes che racconta la propria impresa alla famiglia marateota
Ne rimarrà soltanto uno… sì ma a tavola! Può una competizione tra startup risolversi tra un tocco di pizzentella e un morso di torta bocconotto? Sì, a Maratea è possibile. È l’originale verdetto finale di Heroes, la prima edizione dell’Euro-Mediterranean Coinnovation Festival, una tre giorni di incontri tematici, laboratori, workshop, pitch competition, performance e musica, che dal 21 al 23 settembre si svolge presso l’hotel Pianeta Maratea nella splendida “perla del Tirreno”.

La sfida finale dei cinque migliori progetti d’impresa che partecipano a Heroes si disputa tra l’innovazione di startup nazionali e internazionali e la tradizione gastronomica lucana. Un nutrimento di qualità per gli “eroi” del festival che, dopo diverse prove, si ritrovano a raccontare la propria idea alle famiglie marateote e persuaderle del futuro successo. In palio 10.000 euro. Uno strano simposio composto da investitori, tecnici del settore e, soprattutto, gente normale. Una battaglia combattuta a suon di forchette e ottimo Aglianico per investire l’eroe finale e fargli conquistare prima il “regno del gusto” lucano e poi l’ambito “tesoro”.

Su questo campo di battaglia le armi sono tante: orecchiette con pizzentella e crema di cime di rape, peperoni cruschi di Senise, mozzarelle di Maratea e la fragrante torta di bocconotto, dolce tipico locale.

Ingredienti della torta bocconotto:

400 g di farina 00
200 g di zucchero
100 g di margarina
3 uova
1 cucchiaino di lievito
1 pizzico di sale
Vanillina
1 porzione di creama di amarene sciroppate di Maratea
Zucchero a velo

Questi semplici elementi si trasformano in un composto di pasta frolla la cui unicità è il ripieno di crema pasticcera e la tradizionale conserva di amarene sciroppate, che le donne di Maratea mettono in tavola nei giorni più importanti. E oggi, 23 settembre, è un gran giorno per nutrire i corpi di queste menti eroiche.



Prima di arrivare al desco dei migliori cinque, le startup in gara, sotto la protezione della “dea del mare”, hanno potuto avere testimonianze di ottime guide come Chiara Montanari, la prima italiana a capo di una spedizione in Antartide, Nicola Palmarini, pilastro IBM al MIT di Boston, Neil Harbisson, uomo cyborg capace di “ascoltare” i colori. Hanno conosciuto la nuova poetica circense grazie alla creatività di Gillian Ferrabee e del suo Cirque du Soleil. Hanno esercitato i muscoli nei laboratori sulla futura sostenibilità energetica, sull’educazione e il turismo e, fondamentale, sulle sfide in agricoltura e alimentazione, grazie a Paolo Di Cesare, co-founder Nativa, Antonio Scuderi, fondatore e CEO Capitale Cultura, e Alessandro Pirani, co-founder Future Food Institute.

300 innovatori, 300 eroi a Maratea. Le nuove “Termopoli” lucane non prevedono vinti ma solo vincitori, perché l’importante non è vincere ma “partecipare”...anzi mangiare!



lunedì 5 settembre 2016

Il matrimonio arbëresh e il cugliaccio degli sposi

matrimonio greco-ortodosso e ricetta del cugliaccio
il matrimonio  arbëresh di Luana e Raffaele
E’ arrivato il grande giorno. Luana, come ogni sposa, è bellissima e in ritardo. All'ingresso della Chiesa dei Santi Costantino ed Elena, l’aspetta trepidante Raffaele. I due innamorati oggi sanciscono davanti a Dio e agli uomini il loro amore: saranno incoronati re e regina della loro nuova famiglia, ovvero, secondo il rito greco-ortodosso di San Costantino Albanese, paese arbëresh del Pollino sul versante della Basilicata, oggi si uniranno in matrimonio. Sull'altare ci sono tutti i simboli che raccontano in Terra ciò che succede in Cielo: i ceri, le fedi, le corone, il cugliaccio matrimoniale e il vino.
Che la sacra unione abbia inizio.

matrimonio greco-ortodosso e ricetta del cugliaccio
altare con gli elementi costitutivi del matrimonio  arbëresh: registro civile, Bibbia, vino, corone e cugliaccio

Il Fidanzamento
Appena Luana lascia il braccio del padre per prendere quello di Raffaele, il pòpe o parroco ortodosso, li raggiunge sulla porta della chiesa e dà inizio alla prima parte del rito: il Fidanzamento.
Allo sposo, sulla destra, e alla sposa, sulla sinistra, il pòpe consegna i ceri accesi e li incensa. Dietro la coppia seguono i cinque compari (i compari devono essere sempre in numero dispari fino a un massimo di quindici). Dalla porta fino all'altare comincia l’ingresso nella vita matrimoniale, lungo un tappeto che rappresenta il luogo comune di vita e dimora famigliare, il cui uso proviene dall'antico matrimonio ebraico. In questo momento Raffaele e Luana si scambiano la promessa di fedeltà, fiducia e responsabilità reciproca: il prete mette l’anello al dito anulare della mano destra degli sposi, secondo l’antica tradizione cristiana ed ebraica. Gli anelli, appena messi al dito degli sposi, sono scambiati per tre volte da ogni singolo testimone, proprio per confermare la complementarietà degli amanti, che si arricchiscono a vicenda in un continuo scambio di pensieri e azioni. Mentre avviene questo intreccio di mani e fiducia, la nuova coppia recita per almeno tre volte la formula del fidanzamento:

matrimonio greco-ortodosso e ricetta del cugliaccio
Fidanzamento o scambio degli anelli


-Il servo di Dio Raffaele riceve per fidanzata la serva di Dio Luana, nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, amen.

-La serva di Dio Luana riceve per fidanzato il servo di Dio Raffaele, nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, amen.

In epoche precedenti il fidanzamento era un rito separato dal matrimonio e avveniva nel momento in cui le famiglie decidevano le nozze per i propri figli, la cosa doveva essere pubblica proprio per informare la comunità dell’impegno tra i due fidanzati. Oggi che gli sposi sono liberi di scegliere chi amare, è stato inglobato all'interno del rito matrimoniale.

matrimonio greco-ortodosso e ricetta del cugliaccio
Raffaele e Luana Fidanzati


L’Incoronazione
Dopo lo scambio della promessa di fedeltà, comincia il matrimonio vero e proprio, che nel rito greco-ortodosso si chiama “Incoronazione” perché momento in cui gli sposi diventano “corona” l’uno dell’altra, ovvero un completamento dell’immagine divina, uno strumento potenziale di salvezza l’uno per l’altra, così come ricorda san Paolo nella prima Lettera ai Corinzi.
Luana e Raffaele, ancora presi dall'emozione di osservare le proprie mani arricchite dalle fedi, si sentono prendere dal pòpe quelle stesse mani e legarle assieme in un nastro. Sempre l’officiante prende le corone dall'altare e le pone sul capo degli sposi, poi ciascun testimone le scambia per tre volte da un capo all'altro, mentre il coro canta “Signore Dio nostro, coronali di gloria e d'onore”.

 matrimonio greco-ortodosso e ricetta del cugliaccio
Incoronazione o Matrimonio


L’incrocio delle corone è accompagnato dalla formula recitata dagli sposi:

-Il servo di Dio Raffaele riceve come corona la serva di Dio Luana, nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, amen

-La serva di Dio Luana riceve come corona il servo di Dio Raffaele, nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, amen

Terminato questo rito, Luana e Raffaele sono sicuri che ciò che esce o entra nella testa di ciascuno dei due non deve mai essere a senso unico, ma essere il risultato di una decisione valutata e condivisa da entrambi.

La condivisione del pane degli sposi: il cugliaccio matrimoniale
In questa precisa fase del rito cristiano d'Oriente, si inserisce una particolare “condivisione” che avviene solo in Albania e in alcune località arbëreshe: solo San Costantino Albanese, tra i paesi d’origine albanese in Basilicata, ha conservato l’antica tradizione di far condividere agli sposi non solo la fiducia degli anelli e la divinità delle corone, ma anche il nutrimento e la “materialità” del pane. Un pane speciale, preparato appositamente per la formazione del nuovo “nido” d’amore: il cugliaccio degli sposi.

Questo antichissimo rito matrimoniale e prodotto tradizionale di San Costantino Albanese è giunto ai giorni nostri grazie all'amore di Nunzia Larocca per le sue origini e la sua cultura. La specialità tipica del cugliaccio rischiava di perdersi con le nuove generazioni perché lunga e complessa, inadeguata ai tempi frenetici della contemporaneità. La tradizione, infatti, voleva che il cugliaccio degli sposi fosse preparato il giovedì prima del matrimonio dalla madre dello sposo e poi offerto in chiesa il giorno delle nozze. La difficoltà della preparazione, però, aveva fatto un po’ dimenticare la tradizione di questo “pasto rituale”. Così Nunzia decide di recuperarla e di vincere anche il suo fastidio nei confronti della farina grazie all'amore di questo stupendo “simbolo” da mangiare.  Sono passati quasi trent'anni da quando Nunzia ha deciso di andare dalle anziane del paese e imparare l’arte della preparazione del cugliaccio. Dopo aver appreso tutto, Nunzia decide di aprire un forno e, tra le mille forme di arte bianca locale, di “nutrire” anche tutte le future coppie del suo San Costantino Albanese. Da quel giorno nessun amante teme di rimanere senza il suo “nido di pane”.

matrimonio greco-ortodosso e ricetta del cugliaccio
Nunzia Larocca e il cugliaccio degli sposi

Ecco il cugliaccio d’amore di Nunzia Larocca:

Ingredienti:

farina di grano tenero
farina di grano duro
5 uova per ogni Kg di farina 
lievito madre
un pizzico di lievito di birra
olio
sale
pepe 

I due tipi di farina vanno mescolati in pari quantità per preparare l’impasto base del cugliaccio, aggiungendo poi le uova, il sale, l’olio, i lieviti. Si impasta e si lascia a crescere al caldo per almeno 45 minuti.

Aspettando che la pasta cresca, con solo farina, acqua e sale si preparano le decorazioni: due uccelli che rappresentano i due giovani sposi, due serpenti che rappresentano le insidie ma anche la conoscenza di una nuova forma di vita in due e le trasformazioni individuali che ciascun amante deve avere per accogliere in sé la persona amata. Gli occhi di questi animali propiziatori si fanno col pepe, anticamente lo “sguardo” era una pianta selvatica che cresce sul Pollino. Ultimo e fondamentale simbolo decorativo è un nido con dentro uova rigorosamente in numero dispari. Finite di “scolpire” le decorazioni, si ripongono a riposare in una busta alimentare trasparente in modo che non si secchino troppo.

 matrimonio greco-ortodosso e ricetta del cugliaccio
Decorazioni e lavorazione dell'impasto per il cugliaccio matrimoniale

Quando l’impasto ha terminato la lievitazione, si lavora formando quattro braccia intrecciate e fermate dalle rispettive mani. Poi questo abbraccio si racchiude circondandolo con una “corona”.

Si posizionano gli uccelli, i serpenti e il nido al centro, si spalma il tutto con l’uovo sbattuto e si inforna.

 matrimonio greco-ortodosso e ricetta del cugliaccio
composizione finale del cugliaccio matrimoniale


Anche Luana e Raffaele hanno il proprio cugliaccio preparato da Nunzia. Il pòpe ne spezza due bocconi e li porge alle loro bocche. Prima nutre Raffaele poi Luana.

 matrimonio greco-ortodosso e ricetta del cugliaccio
il pòpe prende un pezzo dal cugliaccio matrimoniale

matrimonio greco-ortodosso e ricetta del cugliaccio
 condivisione del cugliaccio matrimoniale: Raffaele riceve il suo pezzo


matrimonio greco-ortodosso e ricetta del cugliaccio
condivisione del cugliaccio matrimoniale: Luana riceve il suo pezzo 

Conclusione del matrimonio: bere vino e rompere il bicchiere
Nell'ampio concetto di “condivisione” rientra anche il vino nuziale: il prete fa bere per tre volte del vino in un calice comune, a voler confermare i propositi di concordia e condivisione totale, proprio come avviene nel matrimonio ebraico. La presenza del vino nel rito nuziale religioso vuole ricordare la partecipazione di Gesù Cristo alle nozze di Cana e il miracolo che lì fece trasformando l’acqua in vino ed evitando così agli sposi il disagio della mancanza di tale bevanda. Raffaele e Luana bevono la divina bevanda dall'unico calice, il pòpe lo lancia con forza in terra e il bicchiere si rompe così l’unità è completa (guai se il calice non si fosse rotto!).

matrimonio greco-ortodosso e ricetta del cugliaccio
condivisione del vino 

Le due letture bibliche associate al matrimonio confermano l’intera simbologia racchiusa nel rito greco-ortodosso di San Costantino Albanese: la Lettera di San Paolo agli Efesini, in cui si ricordano i doveri reciproci degli sposi, facendo un parallelo tra l’amore del marito e della moglie con quello di Cristo e della sua Chiesa; e il racconto del primo miracolo di Gesù alle nozze di Cana, tratto dal Vangelo di Giovanni, dove l’acqua trasformata in vino è il modello della trasformazione dell’unione umana in un’unione divina.

affresco della Chiesa dei Santi Costantino ed Elena di San Costantino Albanese

Siamo all'ultimo atto, il pòpe guida gli sposi e i testimoni in una processione che li vede, tutti legati, girare per tre volte intorno all'altare, quasi a voler iniziare il lungo viaggio della vita insieme.

matrimonio greco-ortodosso e ricetta del cugliaccio
processione degli sposi, seguiti dai compari

E così sia anche per Raffaele e Luana: che la loro unione sia divina e che il giorno in cui hanno “coronato” il loro sogno d’amore duri per tutta la vita, amen... Auguri agli sposi! 



Bibliografia

“Simboli e tradizioni nella Grecia moderna. Grecità di oggi fra tradizione e globalizzazione” di Carmine Prisco- Antonio, 2014 Dellisanti Editore

matrimonio greco-ortodosso e ricetta del cugliaccio
icona bizantina della  Chiesa dei Santi Costantino ed Elena di San Costantino Albanese


sabato 6 agosto 2016

La patata di Muro Lucano e i tesori del monte Paratiello

patata di montagna di Muro Lucano e monte Paratiello-foodfilebasilicata
patata di montagna di Muro Lucano, varietà viola
Sia benedetta la sempre buona patata e  la montagna di Muro Lucano che l'ha generata. Sì perché, per chi non lo sapesse,  in Basilicata esiste anche la "Patata di montagna di Muro Lucano", altro tesoro custodito sotto la pelle della terra lucana. Io l'ho scoperto alla "Festa dell'Appennino lucano": una tre giorni di informazione, confronto e buona cucina nel bosco di Montagna Grande, località Settacque, di Muro Lucano. Questa "montagna incantata",  con i suoi 1445 metri d'altezza, ha guerrieri imponenti, gli alti e snelli faggi bianchi, che proteggono il suolo dalle scudisciate del sole e permettono il prosperare di patate e tartufi. Se seguirai la salita indicata dalla felce non ti pentirai. E, anche se ti perderai, non temere: il tesoro troverai!


La storia della patata di montagna di Muro Lucano parte da lontano. E' il 1930, quando il Ministero dell'Agricoltura decide di fare un'indagine sul territorio nazionale per individuare le aree più idonee alla coltivazione di questo tubero. In Basilicata ne vengono circoscritte tre: Melfi, Villa d'Agri e Muro Lucano. Tra queste la più vocata risulta essere proprio l'area di Muro Lucano. Passano gli anni e i risultati ministeriali, con relativa decretazione, cadono nel dimenticatoio delle amministrazioni locali ma non dei contadini, che continuano imperterriti e silenziosi a coltivare la loro patata autoctona.

patata di montagna di Muro Lucano, varietà rossa



La patata di Muro Lucano e la Festa dell'Appennino Lucano di Muro Lucano
programma congressuale della "Festa dell'Appennino lucano"




E' il 2013 quando si istituisce il marchio collettivo "Patata di montagna di Muro Lucano",  ovvero la Denominazione Comunale di Origine (DECO) e poi il rispettivo Regolamento d'uso di questa tipicità murese. Da allora la patata è tra i protagonisti di ogni menu tradizionale, assieme al tartufo e al fagiolo Bianco di Muro Lucano.  E' signora incontrastata della Sagra della Patata,  che ogni settembre allieta i palati di paesani e visitatori.



da sinistra a destra: Leonardo Cuoco (pres. Soc. Territorio Spa), Gerardo Mariani (sindaco Muro Lucano), Gaetano Baldassarre (biologo), Salvatore Adduce (pres. ANCI Basilicata), Antonio Miele (pres. Confartigianato Basilicata)

Se la sorpresa della montagna è la patata, ancora più strabiliante è la conoscenza della parte appenninica che la genera.

La patata di Muro Lucano e i tesori del monte Paratiello
Vista dalla Montagna Grande del monte Paratiello
Cominci con una salita estenuante ma sublime del Monte Paratiello e, tra profumi, altitudine e genius loci, potresti facilmente cadere in uno stato di trance. Sali, sali sempre, e mai ti abbandona il più antico vegetale terrestre.  Il primo ad aver sviluppato il sistema di circolazione e nutrizione delle piante: la magica felce. Proprio questa caratteristica ha permesso all'arboscello di crescere più di muschi e licheni, con i quali condivideva il pianeta già milioni di anni fa. La felce, infatti, è una delle piante più primitive del nostro pianeta,  presente dai tempi dei dinosauri. Sarà stata proprio quest'unicità a far nascere la leggenda della sua magia. Se vuoi assicurare ricchezza e prosperità a tutta la tua famiglia, infatti, devi raccoglierla nella notte del solstizio d'estate (fa parte del cosiddetto "raccolto di S. Giovanni) e metterla in un vaso con delle monete.

felce del bosco di Montagna Grande sul monte Paratiello

La presenza così pervasiva della preistorica felce potrebbe aver suggerito a Gerardo Mariani, in collaborazione con lo speleologo Clemente Esposito, la possibilità di grotte nel bosco di Montagna Grande. O, forse, semplicemente il territorio carsico attorno a Muro Lucano faceva ben supporre che tale luogo fosse in grado di ospitare delle grotte di concrezioni vive. Non so come sia andata in realtà, ma dal 1991 al 1994 la ricerca, anche grazie al Gruppo Speleo-Paleontologico "Gaetano Chierici" di Reggio Emilia, ha portato al ritrovamento  di 1800 metri di grotte tra stalagmiti e stalattiti con un'età stimata di circa 3 milioni di anni. Queste formazioni speleologiche si chiamano "Vucculi" che, in dialetto murese, rappresentano le botole per entrare nelle cantine private. I Vucculi di Muro Lucano ti permettono di entrare nel cuore della montagna attraverso stretti e caratteristici percorsi tra le rocce, che mutano forma e dimensioni come le sagome indefinibili di un sogno lucido, per poi condurti verso un lago, il punto più basso del microambiente.

la patata di muro lucano e Gerardo Mariani
Gerardo Mariani
la patata di muro lucano e i Vucculi di Montagna Grande sul monte Paratie
I Vucculi di Muro Lucano

Non è finita qui. La maestosità della Natura sul monte Paratiello culmina a Settacque (antico nome che ben racconta di come la Montagna Grande sia ricca di purissima acqua), dove infiniti faggi bianchi fanno da ponte tra terra e cielo. Sono i padroni assoluti dell'ambiente e ti trasportano immediatamente ne "La firma in bianco" di René Magritte, dove il visibile e l'invisibile si confondono, il reale e l'irreale si mescolano grazie alla complicità degli alberi. Il faggio, nel bosco intenso di Montagna Grande, non lascia molta luce alla vegetazione circostante: solo i tartufi sono ammessi alla sua "corte". Ed è proprio il tartufo la gloria gastronomica di Muro Lucano.

la patata di Muro lucano e i tesori del monte Paratiello
una delle fontane nel bosco di Montagna Grande sul monte Paratiello
la patata di muro lucano e la radice di faggio nel bosco di Montagna Grande sul monte Paratie
radice di faggio nel bosco di Montagna Grande sul monte Paratiello
la patata di muro lucano e i faggi  nel bosco di Montagna Grande sul monte Paratiello
faggio nel bosco di Montagna Grande sul monte Paratiello
la patata di muro lucano e i faggi  nel bosco di Montagna Grande sul monte Paratiello
faggeta  nel bosco di Montagna Grande sul monte Paratiello
La firma in bianco, René Magritte

Questa rara biodiversità del luogo ha stimolato la ricerca del biologo Gaetano Baldassarre che, come un Magister Ludi, vuole creare la sua "Castalia" sulla Montagna Grande. Qui, il "gioco" da apprendere non è fatto da "perle di vetro" bensì da piante alimentari spontanee e officinali, di cui la montagna abbonda.

Gaetano Baldassarre
E di questa "...vita non c'è altro da raccontare. Il resto si è svolto al di là delle immagini e della storia. Da quel bosco non è uscito più.” (Hermann Hesse da "Il gioco delle perle di vetro")

la patata e Muro Lucano visto dalla Montagna Grande del monte Paratiello
Muro Lucano visto dalla Montagna Grande del monte Paratiello



lunedì 1 agosto 2016

L'uomo dei semi

lucas chiappe i boschi, foodfilebasilicata
Nunzio Paci, disegno

Anche se non riguarda la Basilicata e potrebbe sembrare off topic, devo raccontare una splendida storia che comincia in Patagonia nel 1990 e che potrebbe ripetersi in ogni angolo del mondo, se solo davvero si volesse, anche nella nostra Lucania. Il suo eroe si chiama Lucas Chiappe, "un tale" che ha salvato i boschi e i nativi andino-patagonici che vivono a Sud del 42° parallelo.


Le grandi foreste della Patagonia argentina non sono sfuggite alla folle ondata neoliberista degli anni '80 che ha sterminato alberi di oltre 300 anni per farne merce dell'industria del legno giapponese. La ricchezza naturale che aveva sempre protetto e nutrito i Mapuche, il popolo millenario che conosce i segreti e ogni singolo seme di quella terra, veniva decimata giorno dopo giorno nei pressi del lago Epuyén. Nessuno riusciva a ribellarsi e come cadevano gli alberi così cadevano speranze di futuro, finché nel 1990 nasce il progetto Lemu (lemu significa "bosco" in lingua mapuche) per difendere le foreste della Patagonia argentina. Il fondatore è un fotografo, giornalista e scrittore, Lucas Chiappe, che nel 1976/'77 aveva lasciato Buenos Aires per sfuggire alla dittatura militare e aveva trovato ricovero e amore tra i Mapuche, sulle rive del lago Epuyén. Questo popolo ha insegnato a Lucas, e al suo gruppo di studenti e artisti, a procurarsi calore, cibo e sussistenza nei freddi inverni patagonici. Insegnarono loro a coltivare la terra e a distinguere varietà e semi per sopravvivere. Da allora Lucas non ha avuto altro obiettivo nella vita che salvare il luogo e la gente che aveva salvato lui.


Vola con Google Earth dall'Italia al Lago Epuyén

video




lucas chiappe i boschi, foodfilebasilicata
Lucas Chiappe
Nel 1981 Lucas Chiappe attira ingegneri nella valle dell'Epuyén per provvedere alla costruzione di una diga.
Nel 1986 fonda la Commissione per la difesa della Valle dell'Epuyén.
Nel 1986 "El Frente de Epuyén" vince le elezioni locali e nei quattro anni del suo mandato proibisce un gruppo di prodotti fitosanitari molto tossici (la docena maldita) e dichiara la zona "territorio non nucleare". Grazie ai finanziamenti dedicati al Terzo Mondo dell'Unione Europea, El frente de Epuyén mette in atto una serie di progetti di recupero dei semi e della biodiversità, ma anche un processo per far tornare la gente a coltivare la terra e riprendere la sana e produttiva coltivazione di grano autoctono. Il ripristino dei terreni e delle colture fornisce reddito alla gente del posto, allontanandoli dalla filiera industriale della produzione di legno.
Nel 1990 nasce il "Proyecto Lemu" con il fine preciso di difendere i boschi e restituire alla terra le proprie creature: il sogno di Lucas è far tornare verde l'area a Sud del 42° parallelo, restituirgli la sacralità che aveva un tempo e denominarla Gondwana (in onore del supercontinente che ha originato gli attuali continenti dell'emisfero meridionale). Ci è riuscito: oggi la valle dell'Epuyén è tornata verde come e più di prima degli anni '80.

Come è riuscito Lucas Chiappe a realizzare questa micro-utopia? Ha ritrasformato l'immaginario culturale e i valori del popolo: si è occupato di pubblicazioni, opere artistiche e giochi educativi destinati a bambini e insegnanti; ha "occupato" i mass media con campagne di educazione pubblica sui valori della foresta indigena, sensibilizzando l'opinione pubblica alla protezione e conservazione dell'ecosistema; ha scritto libri, ha prodotto documentari e spettacoli itineranti sul bosco, ha realizzato due raccolte di fotografie sull' "anima dei boschi", ha fondato un giornale di contro-cultura, ha incentivato dei vivai di alberi indigeni in tutte le scuole, i paesi e i ministeri pubblici.

lucas chiappe i boschi, foodfilebasilicata
Lago Epuyén

Ogni albero protetto, ogni albero piantato, ogni seme curato nei vivai, significa salvare un secondo del tempo senza età della Patagonia -scriveva Lucas Chiappe- Forse domani il progetto Lemu diventerà un grande corridoio di foresta autoctona lungo quasi 1500 chilometri. Forse domani gli astronauti dallo spazio potranno vedere una lunga, splendida linea verde accanto alla cordigliera della Ande australi.” Forse domani anche nel resto del mondo si scioglierà quell'avidità che è sempre un ago di ghiaccio nelle pupille, ma nella Patagonia di Lucas questo sogno si è realizzato oggi!

lucas chiappe i boschi, foodfilebasilicata

Bibliografia

 "Le rose di Atacama" di Luis Sepulveda, Guanda Editore, 2005

 "Voler bene alla terra. Dialoghi sul futuro del pianeta" di Carlo Petrini, Giunti Editori, 2014

"La Naciòn" del 12 novembre del 2000

mercoledì 20 luglio 2016

Grano Saragolla al gusto di Mediterraneo


grano saragolla e dieta mediterranea, foodfilebasilicata


-Chiccolino dove sei?
grano saragolla al gusto di Mediterrane, foodfilebasilicata
-Sotto terra, non lo sai?
-E lì sotto non fai nulla?
-Dormo sempre nella mia culla
-E cresciuto che sarai, chiccolino che farai?
-Una spiga metterò e tanti tanti chicchi ti darò!






E’ la filastrocca del grano che tutte le nonne della Basilicata ripetevano ai propri nipotini per augurar loro crescita e sviluppo, proprio come accade a una spiga di grano. Ed è stata ripetuta così tante volte a Palazzo S. Gervasio per Angelo Lacivita che questi, cresciuto, ha deciso di diventare il “salvatore” dell’antica varietà di grano Saragolla.  Il grano, le sue varietà e i suoi derivati hanno navigato la lunga storia del Mediterraneo e hanno nutrito i popoli di una cultura comune.

grano saragolla al gusto di Mediterraneo, foodfilebasilicata

Il grano Saragolla in Basilicata

Sono passati tanti anni da quando la nonna chiamava Angelo “chiccolino”, ora lui è un uomo che non solo coltiva il grano ma vuole vendere lo stesso grano che mangiava la nonna. Allora si mette in cerca di vecchi granai in Palazzo S. Gervasio, chiede consigli e informazioni a vecchi contadini finché non trova vecchi “chiccolini”. Li rimette nella “culla” della terra e aspetta che crescano.

grano saragolla al gusto di Mediterraneo, foodfilebasilicata


Quando sono diventate spighe altissime, Angelo individua l’antica varietà di Saragolla e poi, finalmente, tanti chicchi comincia a generare. Ultima fase del piano “Salvare Saragolla”: la tutela giuridica della varietà. Così, il 28 gennaio del 2013, la “Saragolla lucana” è la prima varietà di frumento recuperata e iscritta al registro “Varietà da conservazione”, ovvero facente parte di quelle varietà tradizionalmente coltivate in particolari località e minacciate da erosione genetica. Questo primo passo verso la salvaguardia della nostra cultura è stato compiuto grazie ad Angelo Lacivita, al Centro di Ricerca per la cerealicoltura, alla Regione Basilicata e all’Associazione lucana cerealisti di antiche varietà di Palazzo San Gervasio. La Saragolla lucana è salva e quel “chiccolino” di Angelo ha realizzato appieno l’auspicio della nonna.

Angelo Lacivita

La storia agricola della Basilicata si potrebbe far cominciare 8000 anni fa, quando nascono e si addomesticano il grano duro e tenero. In Puglia e Basilicata, 7000 anni fa, sorgono i primi villaggi agricoli con semi provenienti dal Vicino Oriente: farro, piccolo farro, orzo, lenticchia, cicerchia, fava e veccia. 
Nel VI millennio a. C.  l’agricoltura è ampiamente documentata in Basilicata, soprattutto nell’area di Rendina (l’attuale Melfi) dai resti di Hordeum vulgare (orzo) e Triticum aestivum (grano duro/tenero). Stesse testimonianze si ritrovano anche presso l’antica Trasano (attuale Matera).

grano saragolla e mediterraneo, foodfilebasilicata


7 buoni motivi per mangiare il grano antico Saragolla

1. La straordinaria qualità della semola e del glutine della Saragolla sono caratteristiche che solo i grani antichi conservano

2. La Saragolla ha un'ottima resistenza alle fitopatie e adattabilità agli stress ambientali

3. La Saragolla viene lavorata con la macinazione a pietra, la sua farina è molto meno raffinata da considerarsi semi-integrale rispetto a quella prodotta con grano moderno

4. Le modifiche apportate ai grani moderni hanno provocato un eccesso di glutine e intolleranze, mentre la Saragolla e tutti i grani antichi mantengono un rapporto più equilibrato tra presenza di amido e presenza di glutine. I grani antichi hanno una minore quantità e una maggiore qualità di glutine

5. La minore presenza di glutine rende la farina di Saragolla più leggera e digeribile

6. Se scegli di mangiare grani antichi aiuti a conservare la biodiversità di territori, popoli e culture

7.  La riscoperta dei grani antichi è merito soprattutto dei piccoli produttori agricoli che, ogni giorno, lottano contro il mercato globale e la grande distribuzione. Questi contadini meritano la riconoscenza di scegliere la qualità alla quantità che finisce sulle nostre tavole. Acquistare grani antichi significa scegliere la filiera corta

grano saragolla al gusto di Mediterraneo, foodfilebasilicata

La traversata del grano nel Mediterraneo

La cultura del Mediterraneo e, di conseguenza, la sua dieta si basano su tre pilastri fondamentali: il grano, l’ulivo e la vite. Questi tre elementi viaggiano, subiscono mutamenti in forme e funzioni fino ad arrivare al perfetto “simposio” che è la Dieta Mediterranea.
Gli Egizi, antichissimi coltivatori di cereali e consumatori di pane di grano e di birra, non hanno un rapido incontro con l’olivo e la vite. Le caratteristiche dell’agricoltura egiziana dipendevano dalle tracimazioni del Nilo che, se per la coltivazione di cereali erano ottime, andavano meno bene per la coltivazione delle altre due piante. Erodoto documenta l’esportazione di olio e vino dalla Grecia in Egitto fin dalla metà del primo millennio a. C.
I primi ad aver intuito le potenzialità dietetiche dell’olio d’oliva e che hanno cominciato a consumare pane di grano durante la loro permanenza in Egitto sono sicuramente gli Ebrei. Loro, però, sono ben guardinghi nei confronti del vino.
I Greci, grandi estimatori del nettare di Dioniso, non conoscono l’uso alimentare dell’olio d’oliva ma ne intuiscono solo le potenzialità estetiche.
Bisogna aspettare l’età ellenistica e la definitiva annessione dell’Egitto all’Impero Romano (30 a.C.) affinché gli antichi usi alimentari, le materie prime, le procedure, le norme gastronomiche e dietetiche si integrino e diano vita all’unicità della Dieta Mediterranea. La progressiva unificazione politica del Mediterraneo sotto l’egida di Roma, l’universalizzazione delle lingue greca e latina e l’universalizzazione del vino, dell’olio e del pane hanno fatto del Mediterraneo il Mare Nostrum.


dieta mediterranea sì grazie, contest food blogger
L’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli e l’Associazione Italiana Food Blogger promuovono il progetto “Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II e Food Blogger: insieme per la salute. La ricetta giusta per il tuo benessere”




















Grano Saragolla al gusto di Mediterraneo


Ingredienti per 4 persone

grano in chicchi 280 gr 
peperoni 250 g 
Pomodori 3 medi (350 gr circa) 
Menta fresca abbondante 
Acciughe (alici) 5 filetti 
Vino bianco o rosato
Olio extravergine di oliva 3 cucchiai 
Pepe 


grano saragolla al gusto di mediterraneo, foodfilebasilicata
grano Saragolla al gusto di Mediterraneo
Lava per bene il grano e lascialo in ammollo 6-8 ore, con almeno il doppio dell’acqua. Quando il grano è pronto, accendi il gas, aggiungi un pizzico di sale e fallo bollire per almeno mezz’ora. Sarà il tuo gusto a scegliere la morbidezza.

Nel frattempo lava e taglia a tocchetti i peperoni e i pomodori. Per non usare sale, fai soffriggere le alici finché non si sono sfarinate, aiutandoti con un cucchiaio di legno. Quando non vedrai più le alici, aggiungi i peperoni e i pomodori. Sfuma col vino e fai consumare al coperchio per 10 minuti.

Quando il grano è cotto, scola l’acqua residua e lascialo freddare un po’. Appena raggiungono una temperatura ambiente, versa il grano nei peperoni coi pomodori, aggiungi il pepe e profuma con foglie di menta.


Il grano al profumo di Mediterraneo è un primo estivo, dal profumo retronasale molto intenso e da una sapidità delicata che lascia spazio all’originario sapore del grano.


Bibliografia

Luxuria, grammatica della cucina mediterranea” di Adelchi Scarano, Bompiani, Milano, 2006.

Le origini dell’agricoltura nel Mediterraneo e la diffusione dei cereali in Puglia e Basilicata” di Antonio Affuso, Basilicata Regione Notizie, Consiglio della Regione Basilicata.

sabato 25 giugno 2016

Il Battesimo delle Bambole di Barile e i biscotti di San Giovanni

Il battesimo delle bambole di Barile e i biscotti di san Giovanni, foodfilebasilicata
Teresa Suozzo
Teresa Suozzo ha nove anni ed è il simbolo presente dell'antica relazione che da almeno sei secoli lega Barile alle popolazioni greco-albanesi. Di madre albanese, arrivata a Barile negli anni '90, e con un papà di Barile, paese fondato da una colonia albanese nel XVI secolo: Teresa è il frutto presente di un amore che dura da sempre. Lei è una delle protagoniste del "Battesimo delle bambole" o Puplet e Shenjanjet, un'antica tradizione arbëreshë che si rinnova ogni anno a Barile nel giorno di San Giovanni, il 24 giugno.


E' mattino presto, e Teresa è già a casa della maestra Giovina Paternoster, presidentessa dell'Associazione Intercultura Arbëreshë di Barile, per imparare a costruire la sua bambola.
Ci vuole un mestolo, per fare l'ossatura e la testa della bambola, tanti stracci per fare la carne, le antiche fasce per stringere e tenere compatto il corpo della neonata, quelle conservate dalle donne, e, infine, un bell'abito cucito con materiale di riciclo.

Il battesimo delle bambole di Barile e i biscotti di san Giovanni, foodfilebasilicata
Teresa e Giovina Paternoster


Dopo aver creato dalla materia più povera la bambola più amata, manca l'ultimo tocco, il più importante: bisogna soffiarle un'anima. Teresa disegna il volto della sua "bambina" e le dà un nome. E' nata Anna.

Il battesimo delle bambole di Barile e i biscotti di san Giovanni, foodfilebasilicata


A compimento dell'opera, Giovina spiega a Teresa che, ai suoi tempi, il volto della bambola non si disegnava mica con i pennarelli...non esistevano! Nel passato, l'unico modo per fare i disegni era il carbone. Ma, per fortuna, le bambole di oggi possono godere dei colori!

Il battesimo delle bambole di Barile e i biscotti di san Giovanni, foodfilebasilicata


Anna, una volta nata, ha bisogno del primo gesto sacro della sua lunga vita. Ha bisogno d'essere battezzata. Per avere una degna madrina c'è bisogno di qualcuno di cui potersi fidare: prendersi cura di una nuova vita è un fatto di responsabilità! C'è bisogno della migliore amica. Insieme, lei in qualità di madre e la migliore amica in qualità di madrina, vanno alla stazione di Barile, luogo ove anticamente sorgeva un'antica chiesa rupestre che ospitava il battesimo. Assieme a tutte le altre madri e madrine del paese, sfilano lungo le strade, fiere delle loro creature ed emozionate di ripetere l'antico rito propiziatorio per la fertilità di tutte le cose che si preparano a nascere sulla terra dopo il Solstizio d'Estate.

Il battesimo delle bambole di Barile e i biscotti di san Giovanni, foodfilebasilicata


Giunte alla simbolica fonte battesimale, Teresa e la sua madrina saltano per tre volte sulla bambola, poggiata delicatamente in terra, e recitano:

Pup de San Giuann
battezzam sti' pann
sti' pann so' battezzat
tutt cummar simm chiamat.

Il battesimo delle bambole di Barile e i biscotti di san Giovanni, foodfilebasilicata


Poi si danno un bacio e il Battesimo è fatto! Da oggi Anna sarà una bambola che rimarrà per sempre nel cuore di Teresa. Per festeggiare il lieto evento, Giovina e le sue compagne-mamme distribuiscono i "Biscotti di San Giovanni" affinché l'anima della prosperità possa entrare nel corpo di tutti. E un pezzo di prosperità entri anche dentro di te...

Il battesimo delle bambole di Barile e i biscotti di san Giovanni, foodfilebasilicata


Biscotti del battesimo delle bambole di Barile :

ingredienti:

6 uova
35 g di ammoniaca per dolci
100 g di olio
1 limone
1 Kg di farina
vanillina

Disponi la farina a corona, aggiungi gli ingredienti e l'ammoniaca sciolta precedentemente nel latte intiepidito.

Impasta bene il tutto; se il composto risultasse troppo duro aggiungere ancora un po' di latte.

Crea dei biscotti alti circa ½ cm, spolverali di zucchero e cuocerli in forno a 180° per circa 20 minuti (controllando la doratura).

Giovina Paternoster offre i biscotti di San Giovanni